Contenitore o contenuto di un libro: E’ più importante la forma o la sostanza?

By | 20 aprile 2015

Qualche anno fa “Il rifugio degli esordienti” mi ha contattato per scrivere un articolo sul tema “forma e sostanza” in un’opera letteraria.

Ho letto di recente quanto scrissi allora e debbo dire che mi ci ritrovo ancora in ciò che affermavo in quell’articolo. Ma dopo tanti anni (era la fine degli anni ’90) la mia esperienza come scrittore si è arricchita e sono senz’altro in grado di comunicare meglio e di comprendere più a fondo le dinamiche dell’attività di scrittore.

Riprendo quindi alcune parti di quell’articolo, riproponendovelo con le opportune modifiche.

Mi si chiedeva se era più importante la forma o la sostanza di un libro. Io rispondevo che “né la forma, né la sostanza in sé sono determinanti per il successo di un opera letteraria, sia questa un saggio, un lavoro di prosa, una biografia o una ricerca specifica su qualcosa o qualcuno”.

Oggi, dopo l’esperienza acquisita nel campo editoriale, soprattutto come scrittore, posso dire che la “sostanza” è sempre più importante. Infatti, ha poco valore commerciale un’opera che è scritta in modo perfetto ma non tratta un argomento che interessa i lettori. Perché se la sostanza del libro è qualcosa che riguarda una piccola nicchia, la forma, intesa come competenza su quella determinata materia, riveste un’importanza fondamentale.

Mi vengono in mente i libri di critica d’arte in cui sono necessarie specializzazioni e conoscenze ampie sulla materia. In questo caso la forma è fondamentale per fare in modo che i lettori entrino nel nostro mondo interiore è comprendano anche le più piccole sfumature dei nostri commenti.

Quando scrissi quell’articolo, affermavo che “la sostanza è di gran lunga più importante rispetto alla forma, ma il mercato editoriale odierno non sembra guardare con particolare interesse né all’una né all’altra, quanto piuttosto alla originalità del tema trattato e al modo con cui questo viene affrontato”. E’ vero, posso confermarlo! E faccio un esempio per farmi capire meglio. Ammettiamo di voler scrivere un libro di ricette. Che interesse può avere il mercato editoriale, se di libri di ricette ce ne sono a migliaia e molto materiale è distribuito in rete in modo assolutamente gratuito? La risposta è semplice: nessun interesse, a meno che nel vostro libro di ricette innestiamo varianti creative e personalizzate, ad esempio su alcune ricette classiche come la pasta e fagioli, il coniglio alla cacciatora, la pastiera napoletana, ecc. Se poi riuscite ad avere anche il parere di un noto chef e magari una sua benevola critica da pubblicare, il vostro libro di ricette avrà un valore aggiunto, sarà originale, conterrà qualcosa che gli altri libri non hanno e quindi potrebbe avere più chance di vendita al botteghino.

In quell’articolo sostenevo che “non è azzardato…affermare che la creatività è di gran lunga la migliore compagna delle nostre opere letterarie, è la sola che ci possa garantire un lavoro degno di essere letto”. E lo penso anche oggi. Se ad uno scrittore manca la creatività è “fregato”. Provate a pensare che cosa sarebbe accaduto a Stephen King se non avesse avuto quella buona dose di creatività e intuizione che gli hanno permesso di scrivere romanzi con trame davvero originali (mi viene in mente ad esempio “Il miglio verde”, oppure “Misery” o “1963” tanto per citarne solo alcuni).

Il problema è che la creatività è un dono innato – affermavo in quell’occasione –  come l’intuito, l’ispirazione. Non è qualcosa che si possa acquisire o comprare. O c’è o non c’è!”.

E allora, come fare se siamo a corto di creatività?

Lo vedremo in un prossimo articolo.

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