Il mestiere di scrittore

By | 19 marzo 2015

messaleMolti insegnanti di scrittura, inclusi romanzieri e scrittori celebri, affermano che non è possibile che un cattivo scrittore diventi uno scrittore competente e men che meno eccellente. Anche se sono concordi nell’affermare che le capacità stilistiche e narrative di un romanziere si affinino esercitandosi a scrivere ogni giorno, sono convinti che i cattivi scrittori resteranno tali per sempre.

Ma chi sono i cattivi scrittori? Per dindirindina, tanto per dirla con Stephen King, sono quelli che scrivono amenità senza senso e le scrivono anche male. Posso testimoniarlo io stesso. Mi è capitato di leggere articoli, comunicati stampa, libri, saggi ed anche romanzi, molto scadenti, sotto tutti i punti di vista.

A questi tali non è che manchi l’idea o l’ispirazione, essi difettano soprattutto nella corretta impostazione della descrizione e nella costruzione dei periodi. Non solo, anche nell’uso improprio dei vocaboli. Ecco il punto, questi pseudo-scrittori, spesso utilizzano, parole senza conoscerne il significato o inseriscono terminologie improprie nei loro componimenti con il solo risultato che essi perdono di qualsiasi efficacia narrativa.

Uno scrittore bravo, dovrebbe innanzitutto padroneggiare il vocabolario e scrivere tanto. Dovrebbe anche leggere tanto ma scrivere tanto è, a mio giudizio, più importante.

Posso testimoniarvi che quando rileggo i miei primi articoli scritti per il giornale locale o il mio primo saggio pubblicato con un editore tradizionale, non posso fare a meno di sorridere un po’ divertito. Quando rileggo invece alcune delle mie composizioni più recenti quasi ne resto rapito e sedotto. Secondo il mio parere è proprio questo che deve accadere. Quando ciò che scrivete ad una prima, seconda, terza, o ennesima lettura, regge alla vostra dura e spietata autocritica, beh solo in quel momento possiamo dire di essere diventati, forse, scrittori competenti, ma ahimè, ce ne passa ancora prima di diventare bravi.

Ma chi sono i bravi scrittori?

King cita alcuni nomi: Shakspeare, Faulkner e pochi altri. E quelli cattivi? Una moltitudine.

Non so a che punto siamo arrivati noi. Posso solo testimoniare che l’arte dello scrivere e il mestiere di scrittore è una vocazione vera e propria, al pari di tante altre. O la ami o la detesti e se lo fai, è per sempre.

Vorrei coinvolgere i nostri lettori in un piccolo esprimento. Vorrei sapere che cosa ne pensate di questa premessa o prologo di un Romanzo pubblicato recentemente in self publishing. Non vi dico nulla, mi limito a citare il brano, voi scrivete le vostre impressioni a caldo e in modo sincero e spontaneo. Poi vi dirò qualcosa di più commentando le vostre osservazioni. Che ne dite? Si può fare? Bene allora aspetto i vostri commenti, mi raccomando.

Ecco il brano in questione, quasi l’intero primo capitolo di un romanzo d’esordio:

CAPITOLO 1°

Quella era la sesta scaletta che prendeva la via del cestino.

Non ero riuscito a mettere insieme nulla di buono in tanti mesi di lavoro e nessuna idea che mi era frullata per la mente negli ultimi tempi mi pareva degna di considerazione per il mio romanzo.

Avrei avuto bisogno di un’illuminazione – alla maniera di Rimbaud per intenderci – di un’intuizione che mi permettesse di scrivere qualcosa di unico e irripetibile.

Purtroppo ogni espediente per rinverdire la mia ispirazione arrugginita era inutile. E così, uno dopo l’altro, tutti gli appunti che avevo preparato in lunghe settimane di lavoro, erano diventati, insieme ad un cumulo di altri rifiuti, fertilizzante per le campagne e concime per la terra.

L’ultima scaletta che avevo stilato circa tre giorni prima, in realtà si avvicinava molto più delle altre alla mia idea di romanzo, ma non era esattamente ciò che volevo. Evitai perciò di tenerne una copia per non cadere vittima di condizionamenti nel caso di eventuali sviluppi futuri.

Ero convinto che le storie che funzionano veramente, vengano tutte d’un getto. L’illuminazione, quando è veramente tale, non arriva a sprazzi, ma tutta insieme.

In quei momenti ineffabili i sensi percepiscono a tutto tondo e la chiarezza dei particolari è distinta e precisa, al punto che non si può dubitare che sia veramente l’intuizione giusta.

Desideravo scrivere una storia che tutti potessero comprendere, nella quale qualcuno vi si potesse rispecchiare e questo genere di storie – pensavo – si concepiscono all’improvviso, vengono tutte d’un fiato.

Era chiaro, per lo meno a me, che se non fosse giunta quell’illuminazione, se non fossi entrato nel cosiddetto stato nascente, il mio lavoro e i miei sforzi sarebbero stati vani.

Sapevo benissimo che l’estro, l’intuizione, la fantasia, la creatività, non sono merci che si acquistano al mercato.

Ero convinto che tutti gli uomini, in determinati momenti della vita, possano vivere questo momento supremo e creare qualcosa di unico.

E’ proprio in quell’attimo che la potenza prorompente di certe forze interiori esce allo scoperto. Essa cresce in rapporto all’intensità delle sensazioni e nella misura in cui queste vengono percepite e vissute, danno luogo a ciò che di più bello mente umana possa concepire. Solo se si è pervasi dallo “stato nascente” – pensavo – si può realizzare qualcosa di indimenticabile e di eterno.

Fino a pochi mesi addietro la mia mente era stata una fucina di idee, non avevo mai avuto problemi particolari, sembravo illuminato da continue e brillanti intuizioni.

I cosiddetti stati creativi si erano avvicendati con scansioni abbastanza regolari e non mi ero dovuto preoccupare di cercarli o indurli. Le mie passioni, gli interessi allo studio, i miei hobbyes, mi avevano accompagnato in un quasi perenne stato di creatività per molti anni.

In quel periodo vivevo come a mezz’aria, un po’ fuori dal mondo reale, in una sorta di mitomania creativa che dava ottimi frutti sotto molti aspetti. Alcune mie opere erano apprezzate, godevo di una discreta fama, il mio portafoglio non era più vuoto come un tempo e le banche continuavano a farmi credito. Cosa potevo desiderare di più?

Le sensazioni che vivevo mi motivavano, mi spingevano nell’aura magica dei poeti, soprattutto quelli un po’ sognatori e romantici, come Verlaine o Appollinaire, che con le loro poesie d’amore hanno fatto vibrare la pelle e battere il cuore di molti.

La mia riflessione si concentrava sugli aspetti positivi di questa circostanza, ma consideravo anche quelli negativi. Meditavo come la forza creativa e geniale, unita alla dissolutezza e alla puerile ingenuità di figure come Oscar Wilde o di Arthur Rimbaud, si potessero coniugare perfettamente tra loro e dare luogo da una parte, alle vite dannate che ben conosciamo e a fallimenti clamorosi, ma, dall’altra, pure, a una fama invidiabile che sopravvive nei secoli, ad una delizia letteraria e ad una profondità di pensiero così intensi, da render tanto degna l’opera di questi autori fino al punto da essere studiata persino nelle scuole.

Le mie non erano passioni nel senso vero della parola; prendevo infatti ogni precauzione perché queste non mi stritolassero nel loro meccanismo e mi rendessero schiavo; mi preoccupavo di mantenermi sempre libero dalle dipendenze e mi comportavo in modo da non perdere mai la libertà interiore che, a mio avviso, è impagabile.

Parlo naturalmente della libertà nel senso più ampio del termine, la stessa che permette di volare in alto nell’estasi dell’amore e nello stesso tempo mitiga le pulsioni primordiali dandoci la possibilità di distinguere le realtà che ci circondano, in modo tale da compiere scelte ragionate e ponderate.

La passione invece, quella che conosciamo nella sua accezione comune, il più delle volte diventa un surrogato di impulsi irrefrenabili e nevrotici, istinti estemporanei che non hanno nulla a che fare con una mente che possa dirsi sana psichicamente. Essa toglie all’uomo ogni libertà rendendolo schiavo di se stesso e degli oggetti del suo desiderio.

Ho sempre voluto decidere in libertà e per questo evitavo di farmi coinvolgere troppo seriamente dalle circostanze delle vita.

Ritenevo che l’amore – quello inteso come passione – togliesse il senso critico, che pure non deve mai mancare, seppur in piccole dosi; ero convinto che il coinvolgimento sentimentale fosse una sorta di accecamento che non permetteva di fare buon uso delle proprie facoltà intellettuali e caratteriali.

Compresi molti anni dopo che in parte era vero ed in parte no, perché non avevo compreso il senso stesso dell’amore. Ci vollero tempo e numerose esperienze anche dolorose per capire che un vero progetto d’amore, che coinvolga l’essere nella sua totalità, fatto di corpo e spirito, si poteva realizzare solo rinunciando a se stessi per donarsi incondizionatamente all’altro senza aspettative di sorta.

Tuttavia, pur fra mille difetti, non riuscivo a farmi travolgere dalle bassezze di questo mondo; io cercavo lo spirito più della materia, ero disposto a rinunciare al corpo per elevare l’anima, ma ahimè, dovetti ben presto rinunciare a questo sogno, perché mi resi conto che era un desiderio molto raro negli uomini.

Mi sentivo perciò come una mosca bianca e sperimentai una sensazione di unicità fin da quando ebbi il senso della ragione e, ancora molto giovane, soffrivo per cose che ad altri non sarebbero interessate affatto.

Compresi prestissimo che possedevo lo stesso temperamento di quegli autori romantici o di quei poeti nostalgici che avevano trascorso la maggior parte della loro vita in solitudine, meditabondi su se stessi e sui problemi esistenziali della vita. Cercavo in tutti i modi di fuggire da quella condizione e mi guardai bene dal farmi coinvolgere eccessivamente da simili pensieri; ma furono proprio quelle considerazioni a determinarmi nella mia attività di scrittore, perciò in qualche modo diventai, mio malgrado, uno di loro.

Cercai di personalizzare il rapporto che esisteva tra le profondità dell’anima e l’Io immerso nella realtà quotidiana e mi stupii quando mi accorsi di raggiungere un risultato insperato.

Cercavo di vivere come ho detto allo stesso modo dei poeti romantici perché solo così avrei potuto raccontare la vita dal mio punto di vista, così come la intendevo, solo così avrei avuto la cosiddetta licenza poetica che permette libertà solitamente non concesse in altre occasioni. E parimenti avrei potuto dare libero sfogo ai miei sogni che potevano prendere forma e rimanere immortali…nero su bianco…senza avere mai fine.

Quest’idea mi sedusse fin dal principio e perciò mi gettai a capofitto nello studio delle materie umanistiche e delle scienze sociali. Come Pascal, volevo conoscere l’uomo, dopo essermi dedicato tutta la vita a realizzare progetti che avevano cercato di risolvere i problemi dell’uomo.

La mia era sete di sapere. Desideravo possedere, fare mia ogni cosa e spesso mi rammaricavo del fatto che nella vita di un uomo non c’è mai tempo sufficiente per conoscere tutto ciò che c’è da sapere, allo stesso modo in cui il santo si lamenta perché non ha mai abbastanza tempo per pregare.

Mi seducevano molto le scienze filosofiche, quelle teologiche e spirituali. Rigettavo tutto ciò che avesse il sapore della razionalità fine a se stessa.

A poco a poco però mi resi conto di non essere più in grado di comprendere le cose nella loro essenza specifica, mi ero trasformato in uno di quei poeti che troppo spesso vengono sedotti dai loro stessi versi e dimenticavo che nonostante tutto il mondo deve sempre andare avanti e che mai nulla gira solo intorno a noi.

Ci vollero due anni di psicoterapia presso un consultorio locale per liberarmi da quelle forme di dipendenza. E’ curiosa la vita alle volte. Non vuoi divenire schiavo del mondo e ti riduci a diventarlo dello spirito.

Il medico, mi spiegò che le mie erano tutte forme di compensazione. “Siccome – diceva – lei non crede di aver raggiunto gli obiettivi che si era prefissato, allora non fa che costruirseli in modo fittizio nella sua mente, illudendosi di averli raggiunti, creandosi una realtà alternativa che non ha nulla a che fare con la vita di tutti i giorni”.

Ero atterrito, spaventato; chiesi al medico se la mia era una situazione molto grave. Avevo sentito che certe forme di mitomania portano a dissociazione della personalità e che in certi casi si giunge a stadi tanto gravi da avere assicurato l’ingresso in una casa di cura.

“No…non si preoccupi – soggiunse con un risolino appena accennato, capendo di trovarsi di fronte una persona alquanto emotiva e che si impressiona ad ogni piè sospinto – questa è la condizione della maggior parte di noi. Tutti vivono forme compensative, sono necessarie alle volte per non impazzire, sono delle risorse, capisce?”.

In realtà non capivo affatto ciò che diceva, ma annuii ugualmente e un giorno uscendo dallo studio, mentre mi tiravo la porta dietro le mie spalle con il tagliandino in mano che mi ricordava l’appuntamento della seduta successiva, cominciò a balenarmi nella mente di approfondire le mie conoscenze psicologiche ed umanistiche.

Studiai nozioni elementari di psicologia, qualcosa di sociologia, molti testi di antropologia e persino la medicina psicosomatica. Da quel momento la mia sete di conoscere aumentò progressivamente ogni giorno di più.

Ero convinto che la vittoria dell’uomo, il suo trionfo era riposto nel sapere. Nulla di più falso. Mi resi conto ben presto che il detto “chi più capisce più patisce” era vero e che non è sufficiente tutta la dottrina di questo mondo se non c’è la purezza del cuore.

Lessi San Paolo. “A che serve ogni scienza e ogni sapere se non c’è la carità, potrei conoscere tutte le lingue degli uomini, ma se non c’è in me l’amore non giova a nulla”. Ma cos’è la carità e l’amore?

Divorai libri sapienziali e teologici e in meno di cinque anni studiai ogni ordine di cose cominciando a interrogarmi su ciò che non avrei mai immaginato: il significato stesso della vita, il perché del vivere di ogni giorno.

Toccai tutti i problemi dell’esistenzialismo, studiai l’evento ineluttabile dell’esistenza umana: la morte. Ciò che i morenti provano nel momento del solenne passaggio alla vita oltremondana, cercando qualche connessione fra le realtà dello spirito e quelle della mente. Non ne venni a capo e caddi in una profonda depressione.

L’uomo – come diceva Pascal – non potendo risolvere la morte si è determinato a non pensarci più. Io non potevo allinearmi con simili idee, a me non bastava, io dovevo pensarci, risolvere il problema, dovevo trovare una risorsa per dare un senso all’esistenza.

Furono anni bui, ebbi l’impressione di assomigliare all’uomo del sottosuolo di dostowyeskiana memoria, finchè…”… (continua).

ED ORA I VOSTRI COMMENTI. CHE NE PENSATE DI QUESTO GENERE DI PROSA DESCRITTIVA? 

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