Ispirazione e creatività in un romanzo

By | 30 aprile 2015

_53-13549Quando pensiamo di raccontare una storia in prosa, possiamo essere folgorati da una suggestione, da un’impressione repentina, da un sentimento vissuto in maniera esclusiva o da mille altre ragioni.

L’ispirazione per un buona racconto può sorgere all’improvviso e prendere corpo nella nostra mente in modo del tutto inaspettato. Questo accade quando il nostro stato creativo è al top e quindi le parole fluiscono senza interruzioni, la narrazione scorre rapida e incisiva, quasi senza fatica.

Ma alla base di questo risultato c’è quasi sempre un lungo lavoro di preparazione in cui magari abbiamo dedicato molto tempo alla ricerca storica, a leggere libri di altri autori, a provare e riprovare l’abbozzo di una trama, salvo poi accorgerci che non va bene e siamo costretti a ricominciare tutto d’accapo.

Il mestiere di scrivere comporta quasi un ritiro in un mondo immaginifico che non trova riscontro nella realtà. Lo scrittore è in qualche modo costretto a sdoppiarsi per calarsi nella storia che vuole raccontare e nello stesso tempo deve anche vivere nel mondo reale.

Questo ruolo può essere molto complicato e comportare sacrifici grandissimi. Come può quindi un autore di romanzi conciliare queste due opposte tendenze? La risposta è che non può farlo. Egli deve realmente vivere come a mezz’aria, senza la possibilità di toccare mai la terra con i piedi. Il suo lavoro si prolunga ben oltre le ore che dedica a scrivere. Egli è operativo anche nel sonno, nelle pause per il pranzo o per il caffè, persino quando si rilassa davanti alla televisione o quando va a sbrigare le faccende di casa fuori dalle quattro mura domestiche. E da queste esperienze aliene al suo mondo fantasmatico che gli permette di costruire la storia che desidera raccontare, spesso trae ispirazione o elementi che gli possono consentire di integrare i vuoti del suo romanzo.

Può infatti capitare che la narrazione scorra liscia fino ad un certo punto e poi ci si trova ad un punto morto. Non si trovano le parole giuste, lo stille narrativo fa acqua da tutte le parti, i personaggi non sono credibili, il testo è pieno di luoghi comuni che rendono il racconto scontato, mediocre, istituzionale, poco creativo.

Non ci sono formule o ricette per superare certi ostacoli. Tutto ciò che possiamo fare è provare e riprovare, non perderci d’animo, tentare una, due, tre, quattro, mille volte a scrivere qualcosa di credibile. Ma non potremo mai giudicare con occhi disincantati il nostro lavoro, perché ne siamo come assuefatti e il nostro è un gioco di parte che spesso può orientarci verso l’autocompiacimento acritico che non ci fa crescere come scrittori.

Una volta terminato il nostro lavoro, potrebbe essere molto utile abbandonare per un certo periodo la storia che abbiamo scritto, anche per molti mesi e riprenderla in mano dopo averla fatta decantare. E’ possibile che vi troviamo più pecche e aggiustamenti da fare del nostro insegnante di italiano e quindi, in questo caso, l’autocritica obiettiva ci permetterà di operare gli aggiustamenti necessari sia in fatto di stile narrativo che di impostazione grammaticale e persino di rendere più credibili le vicende narrate.

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